La storia del Castello

Situato sulle colline dell’omonima frazione del Comune di Castelvetro, la struttura consiste in una residenza fortificata circondata da mura. Al centro del complesso castellivo è posta la cosiddetta “Torre Matildica”.

Il Castello di Levizzano in posizione dominante su uno splendido paesaggio agricolo, offre una cornice perfetta per un museo dedicato alla società contadina.
In un gioco di rimandi virtuoso il visitatore potrà trovare all’interno del Museo le tracce di un passato non troppo lontano che si specchia ancora nell’ambiente circostante.
Per potenziare questa riflessione sul passato ed il presente ROSSO GRASPA non esaurisce la sua proposta dentro le mura del Museo, ma invita a proseguire la visita nel “museo fuori dal museo” (o nell’ecomuseo), offrendo strumenti per scoprire il paesaggio attorno al castello di Levizzano, a mettersi in cammini nei campie pensare che questo camminare possa diventare una pratica di conoscenza sincera e coinvolgente.

Alla fine del IX SEC. I predoni dell’Est, i terribili Ungari, percorsero e misero a ferro e fuoco tutta la pianura Padana, seminando ovunque il terrore e rendendo assoluta la necessità di difendere anche i luoghi più piccoli.
Sorsero cosi fortilizi dalla struttura semplice: una torre d’avvistamento, di pianta quadrata, un muro di cinta costruito con pietre e ciottoli fluviali.
A quest’epoca si fa risalire il Castello di Levizzano Rangone, originariamente eretto, con ogni probabilità come baluardo difensivo contro gli Ungari: si presentava, forse, come un semplice insediamento fortificato, costituito da una torretta d’avvistamento e da un muro di cinta, destinato ad accogliere la popolazione in caso di assalto da parte dei nemici.

Le prime notizie relative al luogo in cui sorge il Castello sono contenute in un documento dell’Archivio dell’Abbazia di Nonantola, datato 890.

Il Tiraboschi lo riporta nella sua storia “ Storia dell’Augusta Badia di S. Silvestro di Nonantola“: “Constat me garigurga filia quodam eberardi…de loco ubi livicianus vocatur a presente die vendere et vendo in ex ecclesie sancti Martini”.
In seguito è nominato in altri documenti del 996, del 1001, nel Diploma di Corrado I del 1026, dove figura tra i possedimenti della Chiesa di Modena e nall’atto di permuta (1038), attraverso il quale Viberto, Vescovo di Modena, lo cede con altri beni a Bonifacio III di Toscana, padre della Contessa Matilde di Canossa, la quale ne mantenne il possesso fino alla sua morte (1115), allorchè il Castello ritornò alla Chiesa di Modena.

È proprio da questo documento che è possibile conoscere la consistenza della fortificazione, che misurava 2750 mq e, in caso di assedio, poteva ospitare tutta la popolazione della zona con animali e masserizie.

La struttura del Castello, in questo periodo, consisteva in una cinta muraria, al centro della quale era posta la torre detta “matildica”, di forma quadrata, avente anche la funzione di mastio ossia luogo di comando, essendo residenza del signore, mentre nella zona sud era ubita la cappella dedicata ai SS.
Adalberto ed Antonino, identificata nello stesso documento come quella “infra castrum” per distinguerla dall’altra cappella “foris castrum” dedicata a S. Michele. A partire dal sec. XII il Castello appartenne alla famiglia Levizzani, che lo tenne fino al 1337.

In questo periodo il complesso fortificato dovette essere restaurato e ampliato; in particolare, accanto alla torre posta a protezione dell’ingresso al Castello, venne eretta una parte del Palazzo feudale, destinato poi ad essere ingrandito attraverso vari interventi successivi, per prendere il posto del mastio (Torre Matildica) come dimora del Signore; in un documento del 1337, attraverso il quale Maddalena da Savignano entra in possesso del Castello, si fa riferimento ad un antico Palazzo situato in quest’area fortificata.

È probabile che allo stesso periodo risalga anche la costruzione della galleria sotterranea, che univa il corpo del Castello alla Torre.
Nel 1342 il Castello di Levizzano passò alla famiglia Rangoni, che lo tenne fino alla conquista napoleonica (fine del XVIII sec.).

Intorno al XVI sec., consolidatosi il potere dei Rangoni e mutate le condizioni sociali e politiche, gli edifici subirono importanti e radicali trasformazioni: venne assumendo sempre più importanza la funzione residenziale e si lavorò alla sistemazione, all’interno dell’area fortificata, del Palazzo signorile.
All’ampliamento cinquecentesco probabilmente appartiene la cosiddetta “Sala dei Vescovi”, al pianterreno, il cui soffitto presenta affreschi degni di nota.
Stemmi di famiglia ornano il soffitto a cassettoni, insieme con fregi e figure allegoriche; nella fascia alta delle pareti, all’interno di riquadri, sono affrescate scene di ambiente cavalleresco, bozzetti d’argomento amoroso, momenti di caccia, ma anche paesaggi rurali con piccoli villaggi, castelli, che richiamano i luoghi circostanti.

Le dimensioni e la struttura del Castello restarono invariate nel corso dei secoli seguenti.
Interventi di restauro furono effettuati nell’Ottocento, allorchè vi trovò spazio la scuola e la Torre, probabilmente dotata in questo momento dell’attuale copertura, divenne torre campanaria.
Successivamente, nel Novecento, dopo che il Castello venne in possesso del Comune di Castelvetro (1921), si provvide, dapprima, (1935-36) alla ristrutturazione dell’ala nord, in parte pericolante, e successivamente , all’adeguamento dei locali destinati ad accogliere la scuola elementare, l’asilo parrocchiale e le abitazioni degli insegnanti.

Negli ultimi decenni sono stati eseguiti nel Palazzo lavori di restauro consistenti essenzialmente in opere di consolidamento strutturale e di adeguamento funzionale, finalizzati alla conservazione del monumento e ad un suo pieno riutilizzo. Questi restauri hanno riguardato anche la galleria e la Torre Matildica con la rocchetta.

Tratto da Castelvetro di Modena, a cura di Claudio Barani e Gabriella Pastorelli, Artioli Editore