Lambrusco Grasparossa

In autunno le vigne offrono un meraviglioso spettacolo cromatico grazie al foliage che accende le foglie dei vitigni, nelle settimane successive alla vendemmia.
Colori e profumi per ogni stagione, con un unico filo conduttore: il Lambrusco Grasparossa.
Nella zona di Castelvetro, infatti, si produce questa varietà di rosso frizzante corposo e dal colore intenso, ottimo in abbinamento ai piatti tipici modenesi come gnocco fritto e crescentine: due specialità molto conviviali, proprio come il lambrusco.
Proprio al Lambrusco Grasparossa Dop do Castelvetro è dedicato ROSSO GRASPA- Museo del vino e della società rurale.

Dal Graspa rossa al Grasparossa:
l’irresistibile ascesa di un vino di qualità

Il Lambrusco caratterizza la produzione vitivinicola del modenese, ma è diffuso anche nel reggiano e si estende, in piccola parte, anche nel parmense e nel mantovano.
In realtà sarebbe più opportuno parlare di Lambruschi in quanto, nel corso del tempo, sono stati selezionati a seconda dei luoghi e delle caratteristiche pedoclimatiche, diversi vitigni di Lambrusco.
Nella provincia di Modena, ad esempio, sono oggi sono riconosciuti tre vitigni tipici e
i relativi vini a Denominazione di origine: Lambrusco Grasparossa di Castelvetro, Lambrusco di Sorbara e Lambrusco Salamino di Santa Croce.
Tuttavia l’affermazione della coltivazione dei Lambruschi quali vitigni, e conseguentemente, vini tipici del modenese, è maturata nel corso del tempo ed è il risultato della domesticazione e della selezione della vite selvatica (Vitis vinifera subsp. sylvestris).
Le fonti più antiche, Virgilio, Plinio, citano la vite labrusca, la vite selvatica che si arrampicava sugli alberi, ai margini dei boschi e delle zone incolte.
Pier de Crescenzi nel Ruralium commodorum libri XII (1304-1309), menziona le uve selvatiche che si chiamano labruste, alcune delle quali sono bianche, altre nere. Vincenzo Tanara ne L’economia del cittadino in villa (1644) scrive che: La lambrusca fa vino brusco, ma puro, piccante, raro, ed è singola dote della vite, che nel selvatico riesca ancor perfetta. Il 21 marzo del 1670, dalle cantine ducali di Modena vengono inviate a Roma e a Tivoli, al cardinale Rinaldo d’Este (futuro duca di Modena) 65 fiaschi di vino tra cui la Lambrusca.
Si ha ormai il riconoscimento del Lambrusco, oggetto di selezione e di coltivazione, quale prodotto di un certo interesse per la vitivinicoltura locale anche se il predominio qualitativo spetta ancora ai vini bianchi quali il Trebbiano e l’Albana.
A metà del Settecento si distinguono la Lambrusca e il Lambruscone segno evidente di una selezione varietale che nel corso dell’Ottocento annovererà diversi vitigni di Lambrusco e tra questi, si ha la prima descrizione del Garsparossa.
È, infatti, il viticoltore, enologo, avvocato e notaio Francesco
Agazzotti che nel suo Catalogo descrittivo delle principali varietà di uve [...], pubblicato nel 1867, menziona la Refosca sinonimo di Lambrusca di Spezzano e di Lambrusca dai graspi rossi.
Grappolo allungato: graspi tutti rossi: picciuoli robusti, ben pronunziati. Acini sferici: di media grandezza e molto radi [...] Uva di merito speciale, tipo dei lambruschi di colle. Sola dà un vino molto sapido e di color fosco carico, ben provveduto di alcool [...]

Nella successiva state dispiega un grato profumo di mandorla di persico.
Questa descrizione riconduce inequivocabilmente a quella attualmente attribuita al Grasparossa: Il nome del vitigno deriva dal fatto che i raspi (o graspi), in autunno, assumono una colorazione rossa. Nel 1926 i Lambruschi più coltivati nella provincia di Modena risultano, in pianura, il Salamino di Santa Croce e, a pari merito, in collina e nella media pianura, il Graspa rossa.
Quest’ultimo viene descritto come: vitigno di forte espansione, produce un vino ricchissimo di colore, di alto tenore alcolico, armonico, profumato e quasi sempre dolce. Il 25 maggio 1970 è stato iscritto nel Registro nazionale delle varietà di uve da vino col nome di Grasparossa.

Eraldo Antonini
Agronomo